
La Psicologia clinica
La Psicologia Clinica va intesa come quella disciplina che, integrando tra loro le conoscenze derivate da altre discipline psicologiche (psicologia generale, psicologia dinamica, psicologia della personalità, psicologia differenziale, psicopatologia), si propone di leggere, analizzare, interpretare e gestire la complessità dei processi relazionali che coinvolgono gli individui, in modo da capirne a fondo il funzionamento, sia quando questo appare adattivo che quando risulta disfunzionale. Sulla base del sapere teorico-metodologico della Psicologia Clinica sono stati perciò elaborati strumenti e metodologie per definire in modo realistico e funzionale gli obiettivi degli interventi clinici, focalizzando sempre l’attenzione sulla relazione, sul complesso e articolato mondo delle relazioni e sui contesti relazionali, sia nell’ambito della vita privata che in quello delle relazioni educative e professionali, nonché sulla relazione tra lo psicologo e chi ha chiesto il suo intervento.
In sintesi, si può affermare che la Psicologia Clinica è una ricerca-azione che si svolge tramite relazioni interpersonali e lo psicologo clinico è un ricercatore che ha in se stesso l’oggetto della propria ricerca. Ne deriva che la relazione è insieme l’oggetto da conoscere e lo strumento per conoscere.
Quando si parla di individui coinvolti nella relazione con lo psicologo si intende riferirsi sia a persone (adulti, bambini, ecc) che a famiglie, gruppi, organizzazioni.
Strumenti fondamentali della Psicologia Clinica sono, sempre nell’ambito della relazione psicologo-individuo, l’osservazione e la valutazione non solo degli individui, ma anche degli aspetti e della qualità della relazione che con essi si instaura. A questo scopo è necessario essere adeguatamente addestrati, perché si tratta di situazioni dense di emozioni che vanno riconosciute anzitutto all’interno di se stessi e distinte da quelle dei propri interlocutori, per entrare realmente in contatto con le persone e con i problemi presentati nell’incontro.
Momenti fondanti dell’intervento clinico sono pertanto:
•La costruzione di una relazione interpersonale autentica, che non riproduca cioè modelli relazionali preesistenti (relazione genitore-figlio, insegnante-alunno, medico-paziente ecc.);
•La valutazione clinica della persona, del gruppo, dell’organizzazione che si presenta alla consultazione con lo psicologo (tramite l’osservazione, il colloquio clinico, la formulazione di eventuali ipotesi diagnostiche);
•La progettazione dell’intervento più adatto ad affrontare in modo costruttivo la situazione problematica. Ciò significa che può non essere necessario nessun intervento, oppure che l’unico intervento opportuno consista nel rivolgersi ad un altro specialista (un medico, un assistente sociale, un avvocato, ecc.); ancora, l’intervento può consistere in una forma di counseling abbastanza breve, o in un vero e proprio intervento psicoterapeutico (effettuato però da uno specialista). Esistono anche interventi che non vanno effettuati sulla base di un disagio attuale, ma sono di carattere preventivo e possono avere come oggetto l’ambiente fisico, educativo, sociale, oppure sono rivolti alla formazione di altri operatori (medici, infermieri, insegnanti ecc.), specialmente quando si occupano di relazioni umane.
Nel colloquio clinico, a cui, ripetiamo, si deve essere opportunamente addestrati, per affrontare gli inevitabili e inconsci tentativi di manipolazione da parte degli interlocutori (le cosiddette misure di sicurezza) si analizzerà primariamente la richiesta di aiuto per accertarsi che essa risulti realistica e fondata e che l’intervento possa effettuarsi in modo costruttivo (analisi della domanda).
É evidente da ciò che si è detto sopra che il ruolo dello psicologo clinico è piuttosto ampio, applicabile a diversi aspetti delle relazioni di aiuto, eccetto che per quella dichiaratamente psicoterapeutica, per cui occorre una specializzazione post-laurea.
LE DIFFERENZE TRA LE VARIE PROFESSIONI “PSI”:
Lo psichiatra è un medico con una specializzazione in Psichiatria che gli ha permesso di identificare le diverse patologie mentali, coi sintomi, le sindromi e le eventuali comorbidità (compresenza cioè di sintomi appartenenti a patologie diverse) che le caratterizzano, e di trattarle, in genere con psicofarmaci (a meno che non sia anche stato addestrato a svolgere attività psicoterapeutica di tipo verbale).
Lo psicologo clinico è un laureato con formazione universitaria di tipo clinico e un adeguato tirocinio pratico in vari campi dell’attività clinica, previsto peraltro nell’ambito degli studi universitari. Deve conoscere approfonditamente le varie teorie della personalità che spiegano, ciascuna da un proprio punto di vista, il funzionamento mentale e il comportamento umano, sempre assai complessi e non riducibili all’interno di schemi semplificati.
Lo psicoterapeuta è un professionista che ha una specializzazione post-laurea ottenuta in una Scuola di specialità riconosciuta a livello pubblico (se non c’è questo tipo di riconoscimento il titolo ottenuto alla fine degli studi specialistici non avrebbe valore e non permetterebbe l’inserimento nell’albo degli psicoterapeuti).
Tale specializzazione lo abilita infatti alla psicoterapia. Può anche essere stato addestrato con un training adeguato da psicoterapeuti didatti appartenenti a gruppi riconosciuti dallo Stato che gli hanno richiesto prima una psicoterapia personale e in seguito una psicoterapia didattica (entrambe di lunga durata) e gli hanno anche insegnato, attraverso lezioni teoriche, immersione in contesti di sofferenza psichica e tirocinii pratici con supervisione costante, individuale e di gruppo, a trattare tale sofferenza secondo il loro approccio terapeutico. E’ il caso, questo, della formazione psicoanalitica in Istituzioni riconosciute dallo Stato (Società di Psicoanalisi, Società di Psicoterapia analitica, Società di Psicoanalisi di gruppo ecc.).
Lo psicologo clinico può operare in diversi contesti, progettando interventi adeguati al contesto in cui gli viene fatta la richiesta di aiuto:
•Contesto assistenziale (in collaborazione con medici, assistenti sociali, infermieri, ecc., quando si debbano individuare bisogni e risorse di tipo individuale o di gruppo: es. in ospedale, in case di riposo, in luoghi di accoglienza, nel caso di presenza di traumi di guerra, ecc.);
•Contesto psicoeducativo (in collaborazione con insegnanti, famiglie, istituzioni educative, per affrontare problemi di sviluppo e di promozione di aspetti correttivi nel caso di comportamenti inadeguati: bullismo, problemi alimentari, devianza minorile, difficoltà nei rapporti con l’autorità scolastica);
•Contesto formativo (sia in chiave di informazione teorica che di formazione a relazioni più funzionali, rapporto medico-paziente, educazione all’intelligenza emotiva, alla comunicazione efficace nei gruppi asimmetrici, ecc.);
•Contesto di controllo (all’interno di Istituzioni come il carcere minorile, le carceri, ecc.).
La conoscenza non banale delle teorie della personalità e dei diversi approcci psicoterapeutici serve sia ad affrontare il compito di conoscere in modo più adeguato gli individui che si rivolgono al clinico sia a progettare e/o a consigliare, qualora sia necessario, un intervento adeguato alla loro personalità, ai loro bisogni, alla loro motivazione, al problema presentato, al grado di consapevolezza e alle risorse personali e/o ambientali disponibili.
Cooperativa Sociale C&C onlus
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