
Le relazioni tra la scienza psichiatrica e la realtà criminale della mafia e/o della camorra non è mai stata oggetto di studi sistematici approfonditi in Italia, quasi che queste due realtà abbiano vissuto negli anni senza nessun punto di contatto. In una ricerca condotta in questi anni da un gruppo di ricerca dell’Università di Palermo, composto non solo da ricercatori nel campo della psicologia clinica, ma anche da professionisti della salute mentale e operatori del mondo giuridico, si è notato come in diversi casi si fosse di fronte ad un legame tra questi mondi, cui mai era stata addotta particolare importanza. Una sorte molto simile ha avuto il legame tra psicologia e criminalità mafiosa, con una assenza totale di studi di rilievo fino ai primi anni ’90, quasi che gli uomini d’onore non avessero una "mente" individuale o un’organizzazione di appartenenza fino ad allora. La cultura criminale, sia essa mafiosa o camorristica, ha sempre avuto la capacità di nascondersi, mimetizzarsi all’interno delle realtà civili ed istituzionali nelle quali si è trovata ad operare, determinando una cortina di silenzio ufficiale che la rendesse invisibile. L’associazione a delinquere di stampo mafioso non è soltanto un’organizzazione criminale, nel senso che la sua caratteristica più specifica è il tipo di identità del soggetto mafioso: nessun mafioso si definirà mai come un criminale, ma sempre come “uomo d’onore”. Già in questa definizione di per sé assurda possiamo capire quanto è facile vedere nella mente criminale un difetto di pensiero aprioristico.Ma attraverso quale percorso si diventa uomo d’onore? questi soggetti provengono nella stragrande maggioranza dei casi o da un mondo familiare o da un più ampio contesto di socializzazione primario in cui i valori tipici del pensiero criminale sono presenti e proposti come unica e sola verità indiscutibile. Un contesto in cui vengono esaltati i valori maschili della forza, dell’onore, della virilità, della freddezza, di contro al mondo degli "sbirri", dei poliziotti, dei giudici, delle forze dell’ordine in generale. In questa cultura psichica, come in tutti i sistemi fondamentalisti regnano dicotomie totalizzanti di pensiero, con il mondo degli affetti scisso in maniera punitiva. Ed in questo sistema fondamentalista che è molto facile individuare nelle nostre care zone di appartenenza, dal basso Casertano a scendere, che il problema di questi individui è il non poter essere diversi dal mondo e dalle madri che purtroppo li hanno concepiti
psichicamente oltre che fisicamente. Ci poniamo dunque l’interrogativo: questi “uomini” d’onore hanno problemi di tipo psicopatologico? È capitato a psichiatri e psicoterapeuti di avere in cura soggetti appartenenti a famiglie camorristiche: a parte i disturbi clinici che questi possono presentare (disturbi d’ansia, dell’umore, dissociativi, ecc.), abbiamo una categoria diagnostica in grado di definire il tipo di personalità patologica di questi soggetti? Storicamente la categoria che si è rivelata maggiormente attinente a questo genere di casi è quella del disturbo antisociale di personalità. Il motore organizzatore della personalità è l’avere potere su o la manipolazione cosciente degli altri. La personalità antisociale non riconosce valore agli altri, che sono ridotti a strumenti per esercitare il proprio potere. Non è presente coscienza morale o senso di colpa rispetto alle azioni illegali o violente esercitate sugli altri. A livello psicodinamico, l’esercizio del potere è basato su una rappresentazione di sé ambivalente, tra una condizione di onnipotenza personale ed una di debolezza e scarsa autostima, con il bisogno di difendere il Sé da quest’ultima.Una persona obbligata fin dai primi anni di età ad abbracciare un tipo di pensiero non può che essere debole e non avere alcuna autostima, a meno che non gli venga offerta da persone esterne che lo riconoscono solo in quanto persona di potere ma che di stimabile non ha proprio nulla. Ma quanto il camorrista dipende dagli altri non è difficile immaginarlo, per il camorrista medio niente è più temibile del non essere considerato, l’essere ignorato per lui è motivo di crisi. Il suo dramma sta nel fatto che in quanto appartenente ad un sistema di valori assoluti, come in tutte le culture fondamentaliste, nella mafia non c’è possibilità di pensiero dell’Altro, la propria identità è strutturata su un modello relazionale che non può essere messo in discussione, pena la morte simbolica e psichica (forse anche fisica). Questo peso mortifero della famiglia di appartenenza attanaglia il delinquente fin dai primi anni di vita e soltanto con una trasformazione logica potremo vedere che queste larve di uomini veri nascondono nel loro cuore una perpetua frustrazione: quella di esser nati deboli e schiavi.Oggi, anche grazie all’antropologia sappiamo che è comunque difficile parlare di psicopatologia al di fuori delle connotazioni antropologiche che la definiscano. Un individuo può assumere atteggiamenti considerati folli da un sistema socio-culturale ma ovvi in un altro a lui lontano. Similmente, in una realtà culturale e psicologica particolare come quella camorristica, si può parlare di psicopatologia in un senso molto particolare e limitato, per loro è giusto che le cose vadano in un certo modo,
per noi no. Questa differenza di vedute comporta una sofferenza di uno dei due sistemi adiacenti, per cui a livello generale possiamo ad esempio parlare dell’effetto depressivo che la presenza della mafia ha contribuito a creare nell’intera cultura meridionale ,quella vera e onesta, o dell’immerimento psichico di chi deve sottostare a prepotenze, paure, ingiustizie, ricatti.
Nella mentalità criminale esiste quindi fin da piccoli una rigidità ed uno smorzamento di pensiero che blocca la crescita globale dell’individuo che rimane naturalmente, e purtroppo per noi Altri, allo stato brado e primitivo facendo dell’ignoranza il suo pane quotidiano.
Dott. Davide Cinotti
Cooperativa Sociale C&C onlus
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